Passeggiando solo

Nella frenesia di giovedì son finito in un centro commerciale.
Un istruttore di nuoto senza cuffia e occhialini non va da nessuna parte.
Quindi ho ritagliato un quarto d’ora per equipaggiarmi,
in questa “morbida e rilassante” struttura modernista in finto solido acciaio.
Compro il meglio del meglio in fatto di attrezzi-piscina in un Giacomelli deserto.
Poi mi son fatto ipnotizzare da una giacchetta.
Sisley. Proprio bella, sì.
Il prezzo però necessita di un’accurata riflessione d’aperitivo.
Quindi NO, per ora.
Spannata la vetrina del negozio tentatore son andato ad istruire marmocchi.
Nel mentre ho fotografato un albero.

Nuvole e Acquisti


Oggi ha persino grandinato lungo il mio percorso.
Si vede che c’era bisogno d’una ventata di clima nuovo.
Così ho speso, spanso e spanduto in una seduta di shopping.
Se n’è cavato fuori un paio di boxer parigamba e uno swatch.
Poi un costoso shampoo e un costoso bagnoschiuma per la piscina.
Mi sono risparmiato un maglioncino Sisley che non voleva starmi bene addosso (sfigato lui).
E un gelato che aveva attirato la mia attenzione ma era troppo freddo.
Piesse: roba da matti i ragazzini emo-schizzati che ci sono in giro al pomeriggio qua a BO-town…

Cinte

Ce ne sono quindici sulla pancia del mio cuscinorso firmato ikea.
La prima è un regalo speciale.
La più remota l’ho comprata in una bancarella ad Oliva, un paesello nel sud della Spagna.
Poi c’è quella da San Marino, borchiata, supertrash.
Una e un altra vengono da disuso paterno:
la prima è rossa, molto underground, made in pull&bear e semplicemente benettonosa l’altra.
Una è rubata.
Quella di Gucci quasi non mi garba più.
Ce n’è una Sisley, elegantemente nera.
Ne sbuca una Fendi, sottile sottile, marrone.
E una Diesel con il grosso fibbione.
Poi, a proposito, ne ho una (FiftyFive) che si può considerare una fibbia con cinturino,
tanto è enormemente tamarra.
Poi ne ho una modestissima senza fibbia.
Rocco Barocco è ancora inscatolata per essere stretta.
E l’ultima è un regalo di un amico.

Una piccola storia dentro di me per ognuna di esse.
Bello pensarci.
E bello pensare che sono storie solo mie.

Tornando all’opera


Pian pianino recupero il solito tram tram.
Vado in facoltà.
Mi iscrivo in una lista per essere torturato in Fisiologia.
Saluto ipocritamente un paio di facce note.
Sfoggio il mio colorito.
(svanirà presto…)
Vado dal Decatlon e mi compro un costume.
Tribord. Parigamba nero taglia emme.
Mera esigenza di lavoro.
Vado al lavoro.
Saluto, un poco meno ipocritamente, altre facce note.
Saluto la mia amica.
Vado a casa stanco.
Pizza.
Ed eccomi qua.
Parliamo d’altro.

Tuk tuk.
Sicuramente simbolico di Bangkok.
Frenetico. Impazzito. Veloce.
Sfreccia superando a destra e manca mille ostacoli.
Inquinante. Sporco.
Come la cappa smoggosa che copre tutta la città.
Ricco di dettagli colorati, come perle in mezzo al fango.
Così svettano le cime colorate dei templi, delle sfarzose residenze reali e degli stupa.
Divertente. Coinvolgente.
Mille cose da vedere, fare, mangiare, comprare.
Affabile. Curioso.
Un mondo nuovo di mille sapori.
Alcuni piacevoli, dolci, frizzanti. Altri terribili, tristi, amari.Contrasti netti.
Come del resto tutto qui, nel cammino del turista medio.
Ti muovi estraneo in percorsi perloppiù studiati per te. Per te dalla pelle chiara.
Bancarelle frenetiche di souvenirs, falsi, seta, abiti, pietre preziose, argento. Megastores. Noodles e riso servito in ananas. Insegne al neon. Hotels. Clubs. Taxi. Cocktails. Massaggi. Musica. Ragazze e ragazzi.
Nel backstage, la povertà. Il disordine e lo sporco. I bambini e gli anziani. I veri sorrisi. La gentilezza. I fumi dei veri sapori. L’incomprensibilità di qualcosa di troppo diverso, forse.
Di troppo lontano.
Di troppo.