Basta.

A.K.A. “come trovare un vecchio racconto polveroso sul pc e scoprirlo ancora seccante ed attualissimo”

Eccomi qui.
Tre del mattino.
Scendo dalla macchina.
Siedo sul muretto.
Mi accendo una sigaretta.

Bella quella sigaretta. La prima boccata riempie i polmoni come un’euforia. Mi scalda, chiarisce, non penso. Dritta dalla bocca scivola giù per la gola una colata di calma densa. Soffice. L’inizio è sempre così. Torno stanco, sazio di pasticceria e svaghi, sazio di pensieri e risate; il tabacco, su quel muretto, mi culla anni luce da ogni cosa, felicità e tristezze. La brace è lontana e il sapore è nuovo, vibrante. Seconda boccata. Terza. Quarta. Avide le labbra cercano pace. Le dita ancora una volta guidano dentro di me quel piacevole fiume di apatia. Guardo il fumo. Sfiora la gola, si piega sul palato e fuoriesce generoso perdendosi nella notte. Trasognato vedo i problemi lontani e mi perdo in questo nulla momentaneo. Momentaneo, sì, lo so che è così. Presto sento la brace avvicinarsi, boccata dopo boccata sento le mie nocche possedute scaldarsi malinconiche. Cerco ancora quel palpabile grigiore che poco fa mi era amico…ma so che sta finendo. Le mani tornano alla realtà e con loro le labbra, il respiro; i miei pensieri. Quell’ultimo rossore tenta di ricordarmi qualcosa di perduto prima di spegnersi rabbioso soffocato dal filtro. Le dita calde piegano, rompono e distruggono quello che rimane della sigaretta contro il cemento freddo.

Ora sono solo un ragazzo seduto su un muretto nel buio. Solo. Le labbra sono asciutte, reduci dai cinque minuti di passione momentanea. Problemi, tensioni, desideri…eccoli qui…
Un’altra sigaretta sistemerà tutto.

Ma quante sigarette posso fumare?
Quante volte posso evadere?
Quante passioni momentanee mi posso concedere?
Infinite, sì, certo, ho vent’anni…
Seconda sigaretta della serata. Un altro bel momento. Dura meno però, ci perdo.
Terza. Ancor meno. Ci perdo di più.
Quarta.
Quinta.
Altre.
Perdo sempre più.

Solo ora, dopo mille sigarette, seduto sul muretto, mi accorgo di quanto semplice e scontato è il mio gesto di far scivolare fuori dal pacchetto altri cinque minuti di insensata goduria. Accenderla, sfruttarla, bruciarla e consumarla al mio comando. Troppo facile. Non lo voglio più, non questo. Sgranchisco le gambe. Non voglio che sia un’altra veloce emozione a sconvolgermi. Mi alzo, guardo il castello di mozziconi. Non voglio più che duri poco. Tre passi e apro il portone di casa. Non voglio calmare sempre nello stesso modo rapace i miei desideri. Salgo le scale, mi perdo nel buio del corridoio. Voglio scoprire qualcosa di nuovo. Voglio che duri. Che mi spinga a crescere. Voglio che sia dolce sulle labbra, che mi riempia i polmoni di profumi. Voglio che mi culli nel complesso, che mi coccoli e che sia reale. Là, sul muretto, il pacchetto è rimasto solo e si bagna nella pioggia. Basta. Ciò che voglio sei tu.

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Romanzo Mail

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From:  HelpFinder

To:  RandomUser

Object:  Chiudi gli occhi e respira.

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E’ importante sapere l’uno dell’altro?

Conoscere le superficialità che oggigiorno la società ci impone di avere?

Cosa ci contraddistingue? Un nome? Un cognome? Uno stupido indirizzo e-mail (al quale ora mi sto disgraziatamente appellando)? Un’età? Io non credo.

Paura.

E’ questo il motivo del mio anonimato, la lama che mi tortura. Ognuno di noi possiede paure.

E’ solo di questo che vorrei scriverti. Sentimenti. Felicità, odio, rabbia, pentimento, colpa, amore, passione. Le sole cose che ci distinguono realmente l’uno dall’altro. Ci stai?

Non ti sto offrendo nulla di eccezionale, solo uno sfogo: qualcuno o qualcosa che chiede aiuto ed è disposto ad offrirtelo. Un piccolo appiglio. Un secondo di pausa nell’irrefrenabile corsa delle nostre emozioni.

Quello che ti chiedo è niente. Solo di essere ciò che sei: una realtà totalmente al di fuori dalla mia vita. Solo di lasciar fluire le parole. Solo di condividere emozioni. Solo di sfogarti e arricchirti con le esperienze di un altro essere umano esattamente come te.

Dammi un nome e usami. Io farò lo stesso.

Ieri PC. Oggi meglio.

Ieri.

Mi sveglio di buon ora. Calibro gesti pacati nel mettere sul fornello un caffè. Accendo la fiammella blu regolata sul minimo e stendo gli appunti sul tavolo. Apro la finestra. Entrano aria pungente e i primi raggi del sole invernale insieme con il profumo del cielo sereno. Mi siedo e respiro rilassato. Spingo con l’indice il bottone del pc che da bravo s’illumina ronzando. Un gesto meccanico, rituale. Sento il profumo del caffè accompagnato dal suo piacevole ruggito sommesso. Verso, zucchero e sorseggio davanti ad una e-mail. Inizio a lavorare.

Oggi.

Mi sveglio di buon ora. La routine del mattino prende corpo attorno a me. I miei gesti sono piccoli, semplici e piacevoli come ieri. La giornata è serena e la finestra me la mostra come un piccolo notiziario. Spingo con l’indice il bottone del pc. Nessun segno di vita. Anche al secondo tentativo, più accurato, meno rilassato del primo, nessun segno di vita. Il caffè mi distoglie dal terzo tentativo. Con il suo gorgoglìo pacato è come se mi sgridasse per non averlo rispettato. Con cura lo verso, zucchero e mi siedo con la tazzina calda tra le mani. Silenzio. Non mi arriverà certo alcuna e-mail, non ho da controllare documenti, nè pagine internet. No, o almeno, non senza iniziare a lavorarci per sistemarlo. Decido di non farlo. Alzo lo sguardo verso la finestra aperta. Dalla mia posizione posso vedere i rami di un albero che si frappongono tra la mia palazzina e quella adiacente. Sorseggio senza cambiare posizione. Mi concedo di soffermarmi fino alla fine del caffè. I rami al di là della finestra ondeggiano lentamente nella brezza mattutina come fossero stanchi. Il loro fardello è rappresentato da poche foglie rosso fuoco restie a cadere a terra. Un movimento improvviso sconvolge qualche fronda. Un piccolo uccellino vola via. Pesanti foglie bordeaux roteano nell’aria ed il loro rametto ringrazia, distendendosi nel cielo un poco più in alto. Un altro sorso di caffè mi scalda la gola. Mentre cerco di seguire un intricato labirinto negli intrighi di quell’albero, i miei occhi decidono di concentrarsi su di un piano più lontano, l’edificio di fronte. E’ una vecchia casa popolare a pianta rettangolare con l’intonaco grigio screpolato in più punti. Dalla mia limitata visuale noto un paio di finestre a specchio e un piccolo balcone dagli infissi violacei. Prima che i miei pensieri inizino a degenerare sullo scarso gusto stilistico dell’architetto, noto una piccola porticciola che si affaccia sul balconcino. Dal colore, un misto tra il viola degli infissi e un rosso altrettanto scadente, fatico a distinguerla nel buio del balcone. Sembra in legno. Ultimo sorso del caffè. Sto per distogliere lo sguardo dalla finestra quando il balcone laggiù si illumina dall’interno di una luce calda e accogliente. Si affaccia una donna a sbattere un tappeto con voga. La osservo meglio. Indossa un maglione sformato, palesemente troppo grande per lei, di un colore indefinito, tendente al blu. Sulla testa porta un foulard con un motivo di colori caldi che ipotizzo floreale. Piegata com’è sul balcone nell’intento di spolverare ben bene un’angolo del tappeto, non riesco a distinguerne i lineamenti e, comunque, sarebbe troppa la distanza per permettermelo. I suoi gesti sono esperti, accurati ed energici allo stesso tempo. D’un tratto alza il capo e mi sorride. Un gesto comprensivo, dolce, quasi come sapesse già di trovarmi li a guardarla.  La donna che mi stà sorridendo, noto con stupore, è incredibilmente giovane, o almeno così sembra. Ha occhi vivaci, guance arrossate dalla brezza fredda e denti lucenti. Bella. Scosto lo sguardo un po’ intimidito e conscio di essere stato scoperto. Quando guardo di nuovo non vedo altro che la porta ed il balconcino immersi nel grigiume di prima. Mi alzo e chiudo la finestra. Scaldato dal sorriso della ragazza raccolgo con un cucchiaio il fondo di zucchero nella tazzina. Dolce; più di ieri. Calmo, inizio a lavorare.