Un canale, una pista, un muro

Dopo un pranzo abbondante, un buon caffè
e un quarto d’ora di pupe e secchioni decerebrati alla tele,
so già che fra poco dovrò sostare al cesso.
Quindi starò qui per poco.

Avevo già avuto occasione di scrivere robe del genere,
ad esempio QUI e QUI però sono rimasto ancora piacevolmente stupito
dal “mood underground” di certe parti della mia cittadina.
C’è una pista ciclabile qua vicino che corre diritta assieme ad un canale.
Corre anche assieme alla ferrovia, dalla quale è separata da un muro.
Il canale, la pista, il muro.
Percorrendola in bicicletta e girando la testa si può seguire l’acqua o i graffiti.
Natura o colori. E’ un contrasto netto, artificiale, ma piacevole.
Una lingua di cemento è diventata una piacevole lingua di cemento.
Un grazie a ragazzi e ragazzini che sfogano così le loro bombolette.

Ero contento della scoperta quindi domenica
sono tornato e ho fatto un video col telefonino.
Rischiando di spiaccicarmi con bici e tutto giù per il fiumiciattolo.
Ci ho messo sotto una bella canzone. Ecco.

Era nuvoloso, peccato.
Ma se siete bolognesi cercatela quella pista.

Una panchina

“ Una volta lasciai il mio cuore ad una ballerina bellissima.
Lei lo prese, lo mise delicatamente sui binari e salì sul treno. ”

Certe storie pseudo-romantiche è molto meglio riassumerle in due righe all'inizio.
“Uomo avvisato mezzo salvato” si dice. Fatto sta che ho una scritto un pezzo di vita mia. Ecco.

Una volta lasciai il mio cuore ad una ballerina bellissima.
Appunto.
E' successo su una panchina in Montagnola, a Bologna.
La ballerina veniva da fuori città, portava sempre aria nuova.
Era elegante ma selvaggia allo stesso tempo.
Mi aveva conquistato mesi prima.
Con poche mosse sinuose, in discoteche affollate e rumorose.
Ballare con lei era una cosa irresistibile.
Caldi strusciamenti. Ricordo ancora molto.
Su tutto l'odore dei suoi capelli quando vi affondavamo dentro, baciandoci in pista.
Poi il sudore, le mie mani sui suoi fianchi, sotto la maglietta, altrove.
Ma erano notti. Di mattina la ballerina non era mai mia.
Rimanevano grossi vuoti tra quelle notti. Non mi bastavano più.
Usciva da un portone del centro, quel giorno, quando l'ho vista.
L'ho presa per mano fino alla panchina.
Là l'ho baciata. Come avevo fatto mille notti.
Ma quel giorno avevo in mano il mio cuore.
Ero preparato: un discorso semplice, conciso, appassionato.
Mi ero dato un gran contegno da uomo.
Non mi ha risposto. Era tardi. La ballerina doveva andare.
“Se sali su quel treno senza dirmi niente sparisco.
Le notti non avranno avuto nessun senso.”
In risposta un bacio. Lungo. Silenzioso.
Avevo ancora il mio cuore in mano.
Lei lo prese, lo mise delicatamente sui binari e salì sul treno.

Sembra romanzata ma è andata davvero così. Non l'ho più rivista.
Comunque bella quella panchina.

Foto di lauracchia80

Tributo ad Anthony Burgess

Ispirato ad un libro ho scritto qualcosina.

Di un’arancia meccanica in piazza, di sabato.


Quante belle ciccie in quel sosto, fratelli miei. Gustose mammole minorenni con palandre attillate alle caviglie e piastrate sul gulliver. Piccoli tuberi acerbi, biffa ipertrucco e borsetta coi solluccheri d’inglese per la seigiorni. Mica li facevano, aspettavano dosi del gransano vaevieni, senza cricchi e ritegni, con le macerie scoperte nei punti più gnamgnam. I martini invece eran più frusti invece. Quello che si locchiava in giro più di frequente aveva palandre larghe col fondo ingarbugliato di elastici sulle nikescarpe. Avevano molti l’aria tristiatriste come fossero festati da dietro sul gulliver. Ma mica, O fratelli. Martini e mammole di questo tipo pistonavano qua e là a ritmo di microronzanti che strennavano dalle orecchie alle mestole poi alle tonztonztasche.

Il Vostro Umile Narratore tappato all’estremo grido della moda, pregustava, con le granfie in tasca, un po’ di bella maria tintinnante per il buon cià al caffè della macchinetta. Questi malcichini similfestati sembravano avere molti e molti denghi nei borselli, infatti fumavano cancerose super e avevano i fari coperti da occhiali neri cinebrivido. Ma eran fruscelli fruttati, O fratelli miei soma. Fruscelli carichi di breccole che una lisca tagliagola come la mia avrebbe tranciato volentieri lischliscia, sguisciando un bel poco del caro rosso direttamente sul selciato della piazza. Facevo questo balenio di mottate ultraviolente e anche altre quando mi soffermai frizido a locchiare un duo di questi, cicciociccia, che fermi, appoggiati ad una di quelle fontane cinebrivido con colossi di sgozzamenti, di Zio e Angeli e tuberi spruzzanti, si baciavano, O fratelli.

Ora, non che il Vostro Umilissimo non abbia mai linguato mammole o semprocchie col gusto, ma quello fratelli non era quel swishswish cinebrivido prima del dolce suegiù e nemmeno una cosa piumosa da gettare le interiora dalla biffa, no miei soma, era di più. Quei due, non meno sguanosi degli altri se monopresi, erano assieme un mondo a parte e, credete a me, stopparono il Vostro malcicco adorato nei suoi pensieri di stivali e lisca. Era tutto diverso quel baciare, come la Nona del Ludovico Van, o come due o tre, fratelli miei. Accordi geniali, armonie sopraffine e sorprese timpaniche.

Oh deliziosa delizia e incanto. Era piacere impiacentito e divenuto carne. Come piume di un raro metallo spumato, o come vino d’argento versato in nave spaziale. Addio forza di gravità, mentre slusciavo… quali visioni incantevoli!”[cit.] Anthony Burgess, “Arancia Meccanica”, 1962


Fun With Stats II – Inverno 2008

Ottoemmezzo al piumone di mattina.

Con i cani che scaldano le gambe e la faccia  un pelo infreddolita.

Gli occhi che scappano dalla luce della finestra e la mente dall’idea di alzarsi..

Quattro bestemmie scappando sotto al cuscino e un caffè sul comò affianco.

Buongiorno!


Sette alle spolveratine di nevischio.

Quando c’è quel freddo che ghiaccia l’anima e si sta in casa.

Tira vento rumoroso e gelido, fuori tutto è ostile e schifoso.

Si butta un occhio fuori e ci si scalda colla cioccolata.

Silenzio o musica calda.

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Otto pieno ai capodanni tranquilli.

Leggermente fuori città per cambiare scenario.

Risate, giochi di società più o meno alcoolici e brindisi.

Poi fuochi e cazzate.

Ben chiuso un anno infame.

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Cinque alle solite feste.

Gli auguri che non ho fatto.

Quelli che son obbligato a fare.

Quelli che faccio col cuore ma che poi suonano stronzate.

Quelli stereotipati e glitterosi ricevuti.

Quelli belli che mi fanno sentire imbarazzato.

Bah dai.

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Sette alla nevicata.

Quella mancava da un po’ qui da me.

Me ne fotto dei disagi, a me piace quando tutto va in tilt.

Volevo la città sommersa, congestionata e silenziosa.

Stracci son cascati per qualche ora, appiccicandosi a tutto.

Peccato non esser stato esaudito, ma almeno è tutto un po’ più bianco.

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Nove allo sciare.

Da anni che non andavo.

Bello sudare tra i monti in discese veloci.

Naso gelido e pon pon al vento.

Non ho il pieno controllo perchè non sono ancora un fenomeno.

Adrenalina.

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10 alla mia scoperta dolce.

Il Robottino

Visto “Walle”, ecco.
E’ ambientato in un futuro lontano 700 anni da noi.
Gli umani hanno consumato la terra e l’hanno abbandonata.
Nel farlo si sono anche trasformati.
Ciccioni privi di scheletro che vivono seduti.
In simbiosi con poltrone hi-tech con cibo a portata di mano.
Presi da monitor e cazzate non si guardano nemmeno in faccia tra di loro.
Bene.
Pensavo che secondo me non dista proprio 700 anni questo futuro.
Tuttaltro cazzo.
Resta che quel robottino è davvero troppo simile a Numero 5.
Quindi, se sbrodolate per Walle, cercate “Corto circuito”.
C’erano già arrivati nel 1986.

Che altro…
Beh, dopo un letargo mentale di quasi cinque mesi il quipresente ha dato un esame.
Per farlo ha visto qualche tramonto in biblioteca.


Ha scoperto la Mediateca e relativa barista equacarinaesolidale.
Poi ha imparato che il vino bianco è buono e il mal di testa prima dei bimbi in piscina no.
Ha cenato con compagni di classe e ha conosciuto il Krisstal.
Conscio di conoscere gente molto più arida e meno consapevole della solitudine di lui,
rimane ugualmente allarmato dalla propria stessa superficialità d’annata.
Ma non male, suvvia.

Voglio scendere

Bene ora che son salito: “voglio scendere”.
Sono a casa.
Con questi bei portici amici.

Alcune cose mi mancavano.
I cartoni animati per esempio.
La festa de l’Unità.
La frutta.
Ma sopratutto essere un minimo informato.
Su quello che succede in Italia e nel mondo magari.
Niente tempo per giornali, tv o computer.
Per parecchie settimane sono stato isolato dall’attualità.
Adesso ho voglia di mangiarne di buona.
Penso che oggi mi guarderò la blog diretta di Marco Travaglio.
Il lunedì alle ore 14!

Ohi!
Sono già le due, vado, poi vi dico!

Meloncello


Ieri peripezie mi han portato ad un assolato Meloncello.
Quartiere di Bolo, per i profani.
Ho preso un gelatino in una storica gelateria.
Poi mi son dato un’occhiata attorno, al sapor di limone e fragola.
Frescura sotto i portici che portano a San Luca.
M’è venuta voglia di farlo quel giro là.
Ci si incammina in salita sotto i portici fino in cima.
Si arriva stanchi al santuario.
Veduta della città dall’alto e aria fresca.
Ma ieri la giornata non m’ha dato tempo a sufficienza.
E oggi, vigliacca, si è smorzata in nuvole e raffreddore allergico.
“Non c’era nessuna luce paragonabile a quella di aprile.
Aveva l’affascinante, ottimistica inaffidabilità di un bluff a poker.
Faceva una promessa di primavera che non era sicura di poter mantenere.”
Peter Hoeg, “La Bambina Silenziosa”