Tre storie d’Amore

Non riesco a dormire tanto bene ultimamente.

Arrivo ad infilarmi sotto le coperte stanco di mille cose fatte durante il giorno ma per un bel po’ non si dorme.

Oggi ho deciso di scrivere, non si può sempre viaggiare con la mente nel buio senza che cambi niente la mattina dopo.

Probabile che anche domani nulla sia cambiato ma almeno avrò scritto tre storie d’Amore.

Basta.

A.K.A. “come trovare un vecchio racconto polveroso sul pc e scoprirlo ancora seccante ed attualissimo”

Eccomi qui.
Tre del mattino.
Scendo dalla macchina.
Siedo sul muretto.
Mi accendo una sigaretta.

Bella quella sigaretta. La prima boccata riempie i polmoni come un’euforia. Mi scalda, chiarisce, non penso. Dritta dalla bocca scivola giù per la gola una colata di calma densa. Soffice. L’inizio è sempre così. Torno stanco, sazio di pasticceria e svaghi, sazio di pensieri e risate; il tabacco, su quel muretto, mi culla anni luce da ogni cosa, felicità e tristezze. La brace è lontana e il sapore è nuovo, vibrante. Seconda boccata. Terza. Quarta. Avide le labbra cercano pace. Le dita ancora una volta guidano dentro di me quel piacevole fiume di apatia. Guardo il fumo. Sfiora la gola, si piega sul palato e fuoriesce generoso perdendosi nella notte. Trasognato vedo i problemi lontani e mi perdo in questo nulla momentaneo. Momentaneo, sì, lo so che è così. Presto sento la brace avvicinarsi, boccata dopo boccata sento le mie nocche possedute scaldarsi malinconiche. Cerco ancora quel palpabile grigiore che poco fa mi era amico…ma so che sta finendo. Le mani tornano alla realtà e con loro le labbra, il respiro; i miei pensieri. Quell’ultimo rossore tenta di ricordarmi qualcosa di perduto prima di spegnersi rabbioso soffocato dal filtro. Le dita calde piegano, rompono e distruggono quello che rimane della sigaretta contro il cemento freddo.

Ora sono solo un ragazzo seduto su un muretto nel buio. Solo. Le labbra sono asciutte, reduci dai cinque minuti di passione momentanea. Problemi, tensioni, desideri…eccoli qui…
Un’altra sigaretta sistemerà tutto.

Ma quante sigarette posso fumare?
Quante volte posso evadere?
Quante passioni momentanee mi posso concedere?
Infinite, sì, certo, ho vent’anni…
Seconda sigaretta della serata. Un altro bel momento. Dura meno però, ci perdo.
Terza. Ancor meno. Ci perdo di più.
Quarta.
Quinta.
Altre.
Perdo sempre più.

Solo ora, dopo mille sigarette, seduto sul muretto, mi accorgo di quanto semplice e scontato è il mio gesto di far scivolare fuori dal pacchetto altri cinque minuti di insensata goduria. Accenderla, sfruttarla, bruciarla e consumarla al mio comando. Troppo facile. Non lo voglio più, non questo. Sgranchisco le gambe. Non voglio che sia un’altra veloce emozione a sconvolgermi. Mi alzo, guardo il castello di mozziconi. Non voglio più che duri poco. Tre passi e apro il portone di casa. Non voglio calmare sempre nello stesso modo rapace i miei desideri. Salgo le scale, mi perdo nel buio del corridoio. Voglio scoprire qualcosa di nuovo. Voglio che duri. Che mi spinga a crescere. Voglio che sia dolce sulle labbra, che mi riempia i polmoni di profumi. Voglio che mi culli nel complesso, che mi coccoli e che sia reale. Là, sul muretto, il pacchetto è rimasto solo e si bagna nella pioggia. Basta. Ciò che voglio sei tu.

Come una gatta

Se vi capita di incontrare per strada una gatta selvatica, guardatela bene.
Scavate quanto più potete nei suoi occhi sorpresi prima che si allontani.
Cercate di assaporare quello che vi comunica.
Poi tornate qua a leggere di Paola.

A volte succede, girando una curva in un parco o in un giardino, di imbatterci in un gatto.
Sono momenti in cui sorpresa e vicinanza ti concedono pochi scambi di sguardi.
Bisogna essere allenati, romantici, per vedere più del semplice gatto.
Osservando bene è una Gatta, con curve marcate e pelo lucido.
E’ schiacciata sull’erba, bassa, con orecchie dritte, occhi spalancati e zampe pronte allo scatto.
Potrebbe decidere di stare ferma, di lasciarsi guardare un poco; intanto deciderà qualcosa.
Negli occhi nocciola c’è tutto un mondo che gestisce lei.
Una bellezza sfuggevole, prudente, strappata alla natura più ostile; un temperamento indomito ma consapevole, selvaggio ma acuto.
Se decidesse di concederti anche solo un minuto varrebbe la pena di rischiare un graffio.
Ha paura ma comanda lei.
Quello che speri, in realtà, è che ti giudichi buono, che si avvicini; ma è difficile conquistarla: non è una gattina da negozio, niente fiocchetto ne guinzaglio.
Puoi chiamarla, sussurrarla o sperarla ma è il suo istinto di Donna che la muoverà.
Uno scricchiolio sbagliato e la perderai fra i cespugli.
Sembra quasi che stia per girarsi e correre: si sente fragile.
Non è consapevole del potere che ha sull’Uomo.
Vende cara la sua preziosa fiducia.

Così ti trovi ad aspettare un segno, in secondi di trepidazione, un giudizio universale.
Ecco che si muove. E’ cauta, lenta, sinuosa, naturalmente irresistibile. Viene verso la tua gamba.
Decidi di stare fermo, o di muoverti piano, perché è così che vuole lei.
Controlla il tuo odore e ti concede un timido contatto, strusciandosi un poco sul jeans.
Sorridi.
Già immagini di farla tua, di affondare le dita nel pelo morbido, di sentire le fusa calde sul viso, di specchiarti nei suoi occhi quando si sdraierà sul tuo petto, di farle scorrere una mano sulla schiena inarcata, di ospitarla nel tuo letto…per sempre.

Ma ecco che, sovrappensiero, hai pestato un bicchiere di plastica e Paola, gatta selvatica dagli occhi nocciola, è sparita in un verde che tu non vedrai mai.

Lezioni e vita

I tumori epiteliali dell’ovaio possono decorrere senza sintomi; spesso però l’animale presenta ascite e distensione addominale. Ecco cosa spiega il professore laggiù. E’ un uomo di mezza età, alto e magro, brillante, con una buona carriera alle spalle e un ottimo stipendio a fine mese. Dice ancora che l’esame ecografico evidenzia masse ipo-anecoiche a margini irregolari, posizionate caudalmente al rene. Non si inceppa mai, una parlantina veloce e consapevole, sorretta da eserciti di pazienti visitati, casi risolti e convegni internazionali. Queste persone sembra non abbiano mai fallito.
Sembra non abbiano mai avuto incertezze.

Si passa ai tumori stromali: pare che il più frequente sia il tumore alle cellule della granulosa. L’aula è leggermente buia, fresca e a tratti sussurrante. Presentazioni powerpoint proiettate gigantesche da un proiettore. A veterinaria il pubblico è per la maggior parte femminile. La media è uno strano incrocio tra donna e ragazzina. I professori sono invece quasi tutti uomini. Per la maggior parte figli, parenti o galoppini di luminari o di altri “chiarissimi”.
Casovuole.

Nel 31% dei casi, se il tumore in questione si presenta monolaterale, l’ovaio sano è inattivo. Pare interessare ben poco a questa gente attorno a me. Molta noia, sbadigli. Sono poche quelle che prendono appunti ma quelle che lo fanno non si fermano mai: sembrano in trans. Le loro bic sparano mille parole al secondo. Rappresentano quel genere di studente che fa degli appunti la propria ragione di vita. La medicina per loro è fluido vitale: scorre nelle vene dalla nascita. Ecco, finalmente il quarto d’ora accademico, per loro è ora di controllare le pagine appena mitragliate, confrontarle, catalogarle e preparare le munizioni per l’ora successiva.
Click Clack. Si ricomincia.

Adesso si parla di sperma; in particolare dei parametri di riferimento per valutare l’eiaculato di cani e gatti. Più interessante forse, ma la gente in aula è diminuita: non verranno prese le firme di frequenza oggi. Molte ragazze rimaste comunque sono mentalmente assenti. Le più eleganti guardano lo smalto, si toccano i capelli, controllano l’Iphone o scavano in borse firmate a caccia di qualcosa con cui intrattenersi. Questa categoria ha le spalle coperte. Appartamento comodo in zona costosa, accessori ultimo grido, netbook in valigia accompagnato dagli immancabili fondotinta e rossetto, cagnolino carino-carino e nessuna preoccupazione per i duemila di tasse universitarie. La loro carriera avanza lenta ma inesorabile, mostrando un perizoma per un diciotto e incastrando lo studio fra serate alcoliche e internati a fianco dei docenti preferiti.
“Captatio benevolentiæ” diceva Shopenhauer.

Adesso sullo schermo ci sono immagini: fimosi e parafimosi. La prima: incapacità a retrarre il prepuzio per scoprire il glande. La seconda: incapacità a retrarre nel prepuzio il glande scoperto. Appunto. Tra questi banchi ci sono un sacco di vegetarian-alternativi. Quelli che scelgono di essere qui convinti di cambiare il mondo a colpi di soia e tofu. Raccolgono i passerotti caduti dal nido, li caricano sulla bicicletta rubata e li curano a casa, tra mille altre bestioline. Alcuni coltivano, ma più  spesso fumano, erbe aromatiche tra una lezione e l’altra, giocando con cagni di passaggio. Poetico finché non scopri che il padre, lo zio o il nonno hanno già un comodo studio privato dove sistemarli a vita e che tra le bestie domestiche ci sono un raro lupo cecoslovacco e un pappagallo in via d’estinzione.
Bah.

Dunque: la terapia in caso di parafimosi è conservativa: lavaggio e lubrificazione del glande prima del riposizionamento. Ben pensandoci nei banchi qua attorno di scapestrati poco motivati ce n’è. Molti, come me, hanno pochi esami sul libretto, però pochi sembrano porsi qualche problema.  Alcuni invece sono indiscutibilmente irrecuperabili. Dove mi collocherò io? Che studente sono? Mah. Forse sono nel posto sbagliato? O forse nel posto giusto ma con le motivazioni sbagliate? Altrove starei meglio? Quanti dubbi…qua si decide la vita…eppure sembrano tutti così rilassati! Se avessi sbagliato a scegliere questo banco? Se sbagliassi a non sceglierlo? Non avrei nessuna rete su cui cadere. Che fatica collocarsi nel mondo.
Beh, l’ora delle dodici è agli sgoccioli.

Ultimo concetto: in caso di grave parafimosi la terapia consiste nell’amputazione chirurgica del pene necrotico.
Sono uno studente con futuro incerto ma a qualcuno certo può andare peggio.

Tributo ad Anthony Burgess

Ispirato ad un libro ho scritto qualcosina.

Di un’arancia meccanica in piazza, di sabato.


Quante belle ciccie in quel sosto, fratelli miei. Gustose mammole minorenni con palandre attillate alle caviglie e piastrate sul gulliver. Piccoli tuberi acerbi, biffa ipertrucco e borsetta coi solluccheri d’inglese per la seigiorni. Mica li facevano, aspettavano dosi del gransano vaevieni, senza cricchi e ritegni, con le macerie scoperte nei punti più gnamgnam. I martini invece eran più frusti invece. Quello che si locchiava in giro più di frequente aveva palandre larghe col fondo ingarbugliato di elastici sulle nikescarpe. Avevano molti l’aria tristiatriste come fossero festati da dietro sul gulliver. Ma mica, O fratelli. Martini e mammole di questo tipo pistonavano qua e là a ritmo di microronzanti che strennavano dalle orecchie alle mestole poi alle tonztonztasche.

Il Vostro Umile Narratore tappato all’estremo grido della moda, pregustava, con le granfie in tasca, un po’ di bella maria tintinnante per il buon cià al caffè della macchinetta. Questi malcichini similfestati sembravano avere molti e molti denghi nei borselli, infatti fumavano cancerose super e avevano i fari coperti da occhiali neri cinebrivido. Ma eran fruscelli fruttati, O fratelli miei soma. Fruscelli carichi di breccole che una lisca tagliagola come la mia avrebbe tranciato volentieri lischliscia, sguisciando un bel poco del caro rosso direttamente sul selciato della piazza. Facevo questo balenio di mottate ultraviolente e anche altre quando mi soffermai frizido a locchiare un duo di questi, cicciociccia, che fermi, appoggiati ad una di quelle fontane cinebrivido con colossi di sgozzamenti, di Zio e Angeli e tuberi spruzzanti, si baciavano, O fratelli.

Ora, non che il Vostro Umilissimo non abbia mai linguato mammole o semprocchie col gusto, ma quello fratelli non era quel swishswish cinebrivido prima del dolce suegiù e nemmeno una cosa piumosa da gettare le interiora dalla biffa, no miei soma, era di più. Quei due, non meno sguanosi degli altri se monopresi, erano assieme un mondo a parte e, credete a me, stopparono il Vostro malcicco adorato nei suoi pensieri di stivali e lisca. Era tutto diverso quel baciare, come la Nona del Ludovico Van, o come due o tre, fratelli miei. Accordi geniali, armonie sopraffine e sorprese timpaniche.

Oh deliziosa delizia e incanto. Era piacere impiacentito e divenuto carne. Come piume di un raro metallo spumato, o come vino d’argento versato in nave spaziale. Addio forza di gravità, mentre slusciavo… quali visioni incantevoli!”[cit.] Anthony Burgess, “Arancia Meccanica”, 1962


Interferenze

Poche cose.
Piccole sensazioni.
Positive dopotutto.
PPP… post inutile ma doveroso.Caro blog:
Lo schermo si risintonizza per pochi istanti.
Ad intermittenza passa qualche lento fotogramma .

Una poltrona, una casa.
Il protagonista ha un bicchiere in mano.
Frank Sinatra nell’aria e un cane accovacciato vicino.
Uno sbuffo d’incenso.
Sorride guardando in macchina.
Davvero non si capisce il perchè.

E’ tramonto al tavolo d’un locale.
Stesso lui, altro bicchiere: lungo con bollicine.
Violento cicaleccio d’aperitivo e musichina.
Sorriso brillante, accattivante ed ipocrita.
Di spalle una ragazza bionda, gli parla infervorata.
Un sorso di quel vino.
Una mitragliata di frasi di lei.
Un pensiero:
“Ci voleva poco a stabilire cosa fosse più corposo.”

Adesso si corre su un motorino.
Cielo grigio e silenzio artificiale.
L’inquadratura è in prima persona:
Diretta sulla nuca del guidatore e molto mossa,
Dall’asfalto sconnesso e dal tremore del passeggero, lui.
Le ruote piegano saltellando sui sanpietrini bolognesi.
Auto e bus vicinissimi, da toccarli con la giacchetta sventolante.
Non ha il controllo, sprazzi di paura.
Finalmente qualcosa di vero.

Nessun suono, ancora silenzio, ma qui è quello di una notte autunnale.
La sua adesso è solo una silhouette dalla camminata lenta,
Con un tappeto d’ombra che si allunga verso lo spettatore.
La luce arancione viene da un lampione lontano.
Altre ombre delineano un parco: alberi secchi e panchine in legno.
Si ferma con un passo sospeso a mezz’aria.
Inspira a lungo per non inquinare la quiete negli istanti successivi.
A rallentatore riabbassa il piede e sposta il suo peso, senza respiro.
Si sente uno scricchiolio leggero, sommesso e prolungato.
L’erba verde è velata dal primo ghiaccio.
Non si vede dal vostro schermo ma quella silhouette sorride.
Di nuovo non si capisce il perchè.


Finto Bacione

Trevi lo hai conosciuto perchè era inevitabile.
Trevi lo saluti perchè è fresco ed elegante.
Perchè salutare gente così ti fa risplendere agli occhi della sgrilletta che hai sotto braccio.
A Trevi parli quando ti annoi, per svagarti.

Ti fermi al bar con Trevi perchè speri in una sigaretta.

A Trevi stringi la mano perchè dopo ti accompagna a casa in macchina.

Due bacetti sulle guance a Trevi. Perchè vuoi far vedere che sei educata e poi ha un buon profumo.

Mangi con Trevi perchè poi te lo offre il pranzo.

Trevi è un mito perchè ti fa entrare in lista.

A Trevi schiacci un cinque perchè ti paga da bere.

Fermi Trevi per strada quando sei con le amiche.
Così hai qualcuno di cui spettegolare dopo.

Aspetti Trevi perchè ti deve portare da qualcunaltro.

Telefoni a Trevi perchè vuoi gli appunti.

Balli con Trevi perchè ti fa divertire sempre.

Un bacio a Trevi.
Dall’altro lato della pista c’è il bersaglio da ferire.

Scopi con Trevi perchè poi hai il letto dove dormire.

Ti droghi con Trevi per non essere del tutto solo.

Corri con Trevi perchè poi ti prende in braccio quando sei stanca.

Poi leggi la roba di Trevi.

Perchè se scrive è ancora vivo.

Perchè se è ancora vivo può ancora servirti.

Un finto bacione a chi si sente toccato.


Ciao.