Ieri PC. Oggi meglio.

Ieri.

Mi sveglio di buon ora. Calibro gesti pacati nel mettere sul fornello un caffè. Accendo la fiammella blu regolata sul minimo e stendo gli appunti sul tavolo. Apro la finestra. Entrano aria pungente e i primi raggi del sole invernale insieme con il profumo del cielo sereno. Mi siedo e respiro rilassato. Spingo con l’indice il bottone del pc che da bravo s’illumina ronzando. Un gesto meccanico, rituale. Sento il profumo del caffè accompagnato dal suo piacevole ruggito sommesso. Verso, zucchero e sorseggio davanti ad una e-mail. Inizio a lavorare.

Oggi.

Mi sveglio di buon ora. La routine del mattino prende corpo attorno a me. I miei gesti sono piccoli, semplici e piacevoli come ieri. La giornata è serena e la finestra me la mostra come un piccolo notiziario. Spingo con l’indice il bottone del pc. Nessun segno di vita. Anche al secondo tentativo, più accurato, meno rilassato del primo, nessun segno di vita. Il caffè mi distoglie dal terzo tentativo. Con il suo gorgoglìo pacato è come se mi sgridasse per non averlo rispettato. Con cura lo verso, zucchero e mi siedo con la tazzina calda tra le mani. Silenzio. Non mi arriverà certo alcuna e-mail, non ho da controllare documenti, nè pagine internet. No, o almeno, non senza iniziare a lavorarci per sistemarlo. Decido di non farlo. Alzo lo sguardo verso la finestra aperta. Dalla mia posizione posso vedere i rami di un albero che si frappongono tra la mia palazzina e quella adiacente. Sorseggio senza cambiare posizione. Mi concedo di soffermarmi fino alla fine del caffè. I rami al di là della finestra ondeggiano lentamente nella brezza mattutina come fossero stanchi. Il loro fardello è rappresentato da poche foglie rosso fuoco restie a cadere a terra. Un movimento improvviso sconvolge qualche fronda. Un piccolo uccellino vola via. Pesanti foglie bordeaux roteano nell’aria ed il loro rametto ringrazia, distendendosi nel cielo un poco più in alto. Un altro sorso di caffè mi scalda la gola. Mentre cerco di seguire un intricato labirinto negli intrighi di quell’albero, i miei occhi decidono di concentrarsi su di un piano più lontano, l’edificio di fronte. E’ una vecchia casa popolare a pianta rettangolare con l’intonaco grigio screpolato in più punti. Dalla mia limitata visuale noto un paio di finestre a specchio e un piccolo balcone dagli infissi violacei. Prima che i miei pensieri inizino a degenerare sullo scarso gusto stilistico dell’architetto, noto una piccola porticciola che si affaccia sul balconcino. Dal colore, un misto tra il viola degli infissi e un rosso altrettanto scadente, fatico a distinguerla nel buio del balcone. Sembra in legno. Ultimo sorso del caffè. Sto per distogliere lo sguardo dalla finestra quando il balcone laggiù si illumina dall’interno di una luce calda e accogliente. Si affaccia una donna a sbattere un tappeto con voga. La osservo meglio. Indossa un maglione sformato, palesemente troppo grande per lei, di un colore indefinito, tendente al blu. Sulla testa porta un foulard con un motivo di colori caldi che ipotizzo floreale. Piegata com’è sul balcone nell’intento di spolverare ben bene un’angolo del tappeto, non riesco a distinguerne i lineamenti e, comunque, sarebbe troppa la distanza per permettermelo. I suoi gesti sono esperti, accurati ed energici allo stesso tempo. D’un tratto alza il capo e mi sorride. Un gesto comprensivo, dolce, quasi come sapesse già di trovarmi li a guardarla.  La donna che mi stà sorridendo, noto con stupore, è incredibilmente giovane, o almeno così sembra. Ha occhi vivaci, guance arrossate dalla brezza fredda e denti lucenti. Bella. Scosto lo sguardo un po’ intimidito e conscio di essere stato scoperto. Quando guardo di nuovo non vedo altro che la porta ed il balconcino immersi nel grigiume di prima. Mi alzo e chiudo la finestra. Scaldato dal sorriso della ragazza raccolgo con un cucchiaio il fondo di zucchero nella tazzina. Dolce; più di ieri. Calmo, inizio a lavorare.